Lunedì 6 luglio, l'ultima delle Giornate di Spiritualità e Formazione 2026 del Movimento Apostolico Ciechi, si è articolata seguendo lo stesso ritmo delle giornate precedenti: dopo la preghiera delle Lodi, i partecipanti hanno vissuto i momenti della Lectio, della Meditatio in silenzio, della Santa Messa, della testimonianza e della Collatio finale.
Le riflessioni di don Alfonso: "Gioia e Pace per la Missione"
La riflessione teologica e spirituale della giornata si è concentrata sul mandato missionario, partendo dal presupposto che la missione nasce da una compagnia e non dall'eroicità. Di seguito si riportano i punti centrali della meditazione:
- La prima parola è "Pace"
"A qualunque casa entrerete, prima dite: Pace a questa casa".
La pace non è un saluto di circostanza. È il primo dono che portiamo. Entriamo nelle case, nei gruppi, nel lavoro non per convincere, ma per benedire. Se c’è chi accoglie la pace, la pace resta. Se no, torna da noi.
La missione inizia sempre così: portando la presenza di Dio, non la nostra ansia. - La gioia vera non è nel risultato
I 72 tornano pieni di entusiasmo: "Signore, anche i demoni si sottomettono a noi nel tuo nome!". Hanno visto cose grandi. Ma Gesù li ferma e sposta lo sguardo: "Non rallegratevi perché gli spiriti vi sono sottomessi, ma rallegratevi perché i vostri nomi sono scritti nei cieli".
Quante volte misuriamo la missione dai "risultati"? Quante conversioni, quanti like, quante cose fatte.
Gesù dice: la gioia più grande è un’altra. È sapere che siamo amati, conosciuti, accolti. Apparteniamo a Lui prima ancora di fare qualcosa per Lui. - Missione = povertà + urgenza + gioia
"Non portate borsa, né bisaccia... la messe è molta ma gli operai sono pochi".
Gesù manda poveri, liberi, essenziali. Perché? Perché la gente deve vedere che la nostra forza non è nei mezzi, ma nel Signore che mandiamo. E manda in fretta, perché il mondo ha fame di pace oggi, non domani.
Alcuni punti chiave per vivere la missione con gioia e pace:
- Portare pace prima delle parole: un atteggiamento, un saluto, un rispetto. La gente capisce se dentro abbiamo pace.
- Nutrire la gioia dell’appartenenza: ogni mattina ricordarci "il mio nome è scritto nei cieli". Da lì riparte tutto.
- Lavorare leggeri: senza pesi inutili. Fidandoci che è Lui a convertire i cuori, non noi.
Come dice Isaia: "Ecco, io farò scorrere verso di essa, come un fiume, la pace". Noi siamo canali di quel fiume. La missione non stanca quando nasce dalla gioia di essere figli. E non delude quando porta prima la pace che i progetti.
La parabola dei due tessitori
Per illustrare il senso della cooperazione e dell'affidamento nella missione, don Alfonso ha proposto la parabola di due tessitori chiamati a tessere lo stesso arazzo per il Re: uno era cieco, l’altro ci vedeva.
Il vedente guardava il disegno e si scoraggiava: "È un groviglio, non capisco, a cosa serve questo filo scuro qui?". Si lamentava, perdeva tempo, e il suo lavoro veniva storto. Il cieco invece non vedeva il disegno. Sentiva solo le mani del Maestro che guidavano le sue. Si fidava, seguiva, annodava con pazienza. E rideva mentre lavorava, perché sentiva la voce del Re che gli diceva: "Vai avanti, è bello". Alla fine, quando l’arazzo fu girato, tutti videro: il cieco aveva tessuto la parte più luminosa. Il vedente aveva capito solo dopo.
L'insegnamento si articola in tre figure:
- Il non vedente = Francesco
Non cercano di capire tutto. Si affidano. La pace nasce dal dire: "Signore, guidami tu". Anche nel buio, tessono. E la loro gioia è piena perché non dipende dal vedere, ma dal fidarsi. - Il vedente impaziente = noi quando vogliamo controllare
Vogliamo capire subito il "perché" del dolore, dell’attesa, di quel filo nero. E perdiamo la gioia. - Il Maestro = Cristo in Giovanni 15,11
"La mia gioia sia in voi". Lui tiene il filo. A noi chiede solo di non mollare l’ago. Anche se non vediamo il disegno completo.
Il punto della parabola è che Dio non ci chiede di capire il disegno, ma ci chiede di tessere con Lui.
La gioia è tessere anche da non vedenti. La pace è credere che ogni nodo, anche quello che fa male, serve all’arazzo e che occorre collaborazione nella missione.
A questa visione San Filippo Neri avrebbe aggiunto: "e intanto canta mentre tessi e sorridi alla vita". San Francesco avrebbe aggiunto: "e chiama 'fratello' anche il filo più ruvido".
Il racconto del testimone e la festa comunitaria
Il pomeriggio ha dato spazio alla testimonianza di don Roberto Visentini, già assistente Unitalsi. Nel raccontare la sua vocazione di presbitero dedito all'accompagnamento delle persone ammalate, don Roberto ha sottolineato che "il Signore, che ha sofferto per noi ci rende capaci di accogliere la Sua sofferenza e capire la nostra mentre Lui soffre con noi".
La giornata si è conclusa con la Collatio e con un momento di musica in allegria e fraternità.
(Nella galleria fotografica dell'articolo sono disponibili gli scatti dell'incontro con il testimone don Roberto Visentini e le immagini della festa musicale).



















































